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Presentazione del volume 101 PERCHE' SULLA STORIA DELL'ABRUZZO CHE NON PUOI NON SAPERE di Luisa Gasbarri

Intervista all'autrice

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Ottimamente organizzata dall’Associazione Marconi, presso la Sala degli Alambicchi dell’Aurum di Pescara, la presentazione del volume 101 PERCHE’ SULLA STORIA DELL’ABRUZZO CHE NON PUOI NON SAPERE, scritto dalla saggista (nonché sceneggiatrice e docente) Luisa Gasbarri e pubblicato dalla Newton Compton Editori, ha visto la presenza di un pubblico folto e interessato.

E’ lo storico locale Licio Di Biase ad aprire l’evento, chiamando subito in causa Giuseppe Ciardulli, già preside ora in pensione e oggi presidente dell’Associazione Marconi, per un breve saluto, cui fa seguito quello di Paola Marchegiani, assessore del Comune di Pescara, che però dapprima approfitta dell’occasione per polemizzare con la precedente amministrazione comunale, rea a suo dire di aver lasciato in eredità un dissesto economico pari a circa 26 milioni di euro, giustificando così la scarsità di risorse per possibili eventi culturali, oltre che l’aumento delle tasse locali; “questa però non sarà l’amministrazione degli sprechi”, proclama l’assessore. Chiude gli interventi di presentazione Antonio Bini, esperto del patrimonio territoriale, che sottolinea l’importanza di aver dato, grazie a questo libro, alcune delle tante risposte a questioni solo apparentemente scontate che spesso gli abruzzesi, ma anche i tanti stranieri che vi risiedono, spesso si pongono.

Dopo aver anch’egli messo in risalto l’importanza di rafforzare la conoscenza del nostro territorio, grazie a opere come quella che si sta presentando, Licio Di Biase lascia a due alunne del Liceo Marconi di Pescara, Sandra Felice e Sara D’Annibale, il compito di leggere alla platea uno dei 101 “perché” del libro, per la precisione quello dedicato a Vittoria Colonna, a cui è dedicato il celebre Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Pescara.

Al momento di prendere la parola, l’autrice del volume, stimolata anche da una precedente domanda dell’assessore Marchegiani, spiega che il “101” è un numero utilizzato appositamente per stimolare la fantasia del lettore, ecco il “perché” della scelta. La Gasbarri, nel proseguire, sottolinea come abbia deciso, dovendo suddividere i “perché” fra le quattro province, di partire proprio da L’Aquila, in onore della sua attuale sofferenza, proseguendo poi con le rimanenti tre in ordine alfabetico. Grazie al suo ruolo di scrittrice intende dare un importante contributo alla conoscenza dell’Abruzzo, da sempre messo ai margini, rispetto ad altre regioni, dall’informazione nazionale.

Dopo aver sottolineato con decisione che il libro ci invita a recuperare la nostra identità di abruzzesi, precisa di averlo voluto chiudere, non casualmente, con la storia delle donne di Barisciano, che nel 1944 salvarono dai tedeschi ben 100 prigionieri inglesi, provvedendo segretamente al loro mantenimento; eroico evento, questo, mai abbastanza ricordato.

Al termine dell’incontro e prima di intervistare l’autrice, che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità, ascoltiamo con attenzione la lettura, sempre da parte di una delle alunne sopra citate, del paragrafo numero 58, ovvero “perché ex precede di solito Aurum?” in onore della struttura che ci ospita.

 

Dopo "101 cose da fare in Abruzzo almeno una volta nella vita" pubblicato nel 2010, oggi ci presenta questa nuova opera; il suo affascinante viaggio all'interno della nostra regione si termina qui o ha già in preparazione un successivo libro, come completamento di un'ideale trilogia?

La Newton Compton ha diverse collane incentrate sull’esplorazione delle realtà cittadine e regionali, una rivolta addirittura alle leggende e al folclore locali. Ho avuto l’onore di scrivere per l’Abruzzo il primo 101 della collana dedicata ai perché della storia che finora aveva visto uscire solo volumi su importanti città italiane, per esempio Milano. Se dovrà esserci un’ideale trilogia, per usare la sua bella espressione, dipenderà dunque dal gradimento del pubblico che ha decretato il successo del primo 101 e ringrazio per l’affetto che mi sta dimostrando anche in occasione della pubblicazione del libro attuale.

Dalle sue opere si evince una naturale inclinazione verso il soprannaturale, il mistero; l’Abruzzo nasconde nel proprio passato eventi e civiltà ancor oggi non “catalogati”, perché secondo lei se ne parla così poco e, anzi, non se ne sfruttano le enormi potenzialità in chiave turistica?

Lei ha colto un elemento che mi ha sempre affascinato per la sua suggestione. L’esoterismo per secoli è stato segreto in virtù della censura cui il pensiero alternativo veniva sottoposto: il segreto, il mistero, l’iniziazione diventavano necessari in un mondo rigido che tutto si ostinava a controllare. Finendo tra l’altro per prospettarsi quali importanti valvole di sfogo per i gruppi umani più oppressi: solo le donne in Grecia partecipavano ai culti rivolti a Demetra come ai baccanali in onore di Dioniso, e non si ricorda abbastanza quanto il cristianesimo delle origini attrasse a sé oltre alle donne proprio gli schiavi. Esoterismo e soprannaturale appartengono alla stessa dimensione culturale, insieme alle civiltà più antiche divenute misteriose perché scomparse o assorbite dalle conquiste dei romani. In Abruzzo di tutto questo conserviamo tracce vistose, pensiamo alle grotte della regione, dove si consumavano riti ancestrali, o ai reperti come le stele di Penna Sant’Andrea, alle colonne mistiche di alcune chiese particolari, ai sator incisi sulle facciate sacre nell’aquilano … Ma per valorizzare tale ricchezza culturale - incredibilmente complessa e diversificata, data anche la posizione, aperto alle influenze del nord, del sud e del bacino dell’Adriatico - bisogna in primo luogo conoscerla e, nonostante i nuovi programmi scolastici abbiano introdotto lo studio del territorio anche al biennio delle superiori, s’ignora spesso la specifica identità dei propri luoghi d’origine. Indirizzarsi verso la valorizzazione delle risorse locali dovrebbe essere invece prioritario proprio per i giovani d’Abruzzo, che hanno a disposizione una miriade inesplorata di opportunità: le potenzialità culturali della nostra terra, infatti, non sfigurano affatto in un confronto con le sue bellezze naturali.

Che rapporto ha con la cosiddetta "Nona Arte"? Le è mai stato proposto di sceneggiare un fumetto?

Adoro la nona arte e non l’ho mai considerata inferiore. Collezionavo fumetti fin da bambina, quando nelle edicole abruzzesi il mitico “Ken Parker” era quasi introvabile. Da amante della cultura nipponica, sono oggi ancora una lettrice di manga a trecentosessanta gradi. Ho prodotto fumetti diversissimi e casalinghi io stessa: da piccola facevo la disegnatrice, la sceneggiatrice e inventavo persino le pubblicità che inserivo negli albetti. Si è parlato qualche anno fa della trasposizione a fumetti del mio noir “L’istinto innaturale”, che è molto cinematografico dicono, ma il disegnatore ideale per realizzare questa storia ambientata in una Roma metropolitana e ultramoderna era allora impegnato in un altro lavoro e poi, passato il momento, come spesso succede, non se n’è fatto nulla. Non perdo mai le speranze però.

Un'ultima domanda, qual è il segmento (target) di pubblico cui lei principalmente si rivolge oltre che, chiaramente, a quello dei giovani?

Purtroppo non faccio del buon marketing con i miei libri perché sono una scrittrice inguaribilmente viscerale: quando scrivo non penso al target, termine che mi fa pensare alla pubblicità, ma mi lascio trascinare dalla logica ineluttabile delle storie che voglio, oserei dire ‘devo’, raccontare. Credo nella letteratura come voce universale che risveglia e salva, perché io nella letteratura ho trovato gioia, sofferenza e salvezza, all’inizio in primo luogo come lettrice. E la Musa, si sa, se ne infischia del target, perché nell’autenticità del suo slancio sarà comunque compresa. Il che non vuol dire indifferenza verso i lettori: la scrittura è professionalità, serietà, fatica, rigore e impegno, non solo libera creazione estetica. Credo perciò che il rispetto per il pubblico debba sempre guidare nell’intraprendere un’avventura artistica. Non va dimenticato che scrivere è comunque un atto comunicativo. Si scrive per essere letti.

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